venerdì 11 giugno 2010

La rivoluzione del lungometraggio animato: Biancaneve e i sette nani


Walt Disney, negli anni trenta, dà una svolta decisiva al mondo dell'animazione, dando alla luce il primo cortometraggio animato sonoro della storia. Dopo di ché, decise di recarsi in Europa per studiare il cinema muto e l'animazione locale. In alcuni cinema di Parigi si rese conto che i suoi cortometraggi venivano proiettati senza interruzione; così ,Walt, ebbe un'intuizione geniale: l’animazione poteva diventare un vero e proprio film a colori e con tanto di sonoro. Tornato in America, mobilitò le sue energie umane, professionali ed economiche, per concretizzare questa nuova grande scommessa, che iniziò nel 1934. I primi problemi non tardarono però ad arrivare; in fase lavorativa emerse subito il problema di come poter intrattenere un pubblico disabituato ad assistere ad uno spettacolo d'animazione che durasse un'ora e mezzo. Pertanto parve necessario che i personaggi della storia fossero dotati di un profilo realistico -non caricaturale-, capace così di trasmettere un forte potere di identificazione e partecipazione alle vicende narrate. Un ulteriore difficoltà si presentò sul piano tecnico - narrativo, tra le quali c'era una complicazione fondamentale, cioè il fatto di rendere il movimento umano più fluido e realistico possibile. Nel fare ciò, sperimentò con i suoi collaboratori Garity e Don Graham, la tecnica del Multiplane (ovvero dei multi piani, per dare l'effetto della tridimensionalità) e la tecnica Rotoscope (che consiste nel fotografare movimenti eseguiti dal vivo da attori e attrici, nel modo della pantomima, che poi vengono ricalcate dai disegnatori). Per perfezionare queste tecniche vennero messe a punto dei cortometraggi realizzati dallo stesso Walt Disney, sullo stile delle "Silly Sinphony" (cartoni animati umoristici e di intrattenimento, aventi come protagonisti prevalentemente animali, ma anche caricature di figure umane). A questo punto non rimaneva che scegliere la storia da rappresentare. Walt voleva una favola universale, conosciuta da grandi e piccoli, una storia che potesse divertire, ma allo stesso tempo che riuscisse a farsi specchio della realtà di quel momento (nrd. Crollo di Wall Street) e che potesse trasmettere insegnamenti validi. Dopo varie proposte, venne scelta la favola dei fratelli Grimm "Biancaneve e i sette nani", ovviamente censurata negli aspetti più crudi. La storia rimane comunque molto fedele al racconto tranne per alcune differenze:
• La regina si nutre del cuore che crede di Biancaneve portatole dal cacciatore;
• La regina usa altri due trucchi prima della mela avvelenata, ma con scarso risultato; Biancaneve si sveglia perché la bara cade e lo sbalzo le fa uscire il boccone di mela avvelenata dalla bocca;
• La regina morirà dopo essere stata costretta a calzare delle pantofole di ferro roventi e a ballarci.

Biancaneve e i sette nani fu proiettato per la prima volta il 21 dicembre 1937 ed ebbe un successo clamoroso, distribuito dalla RKO incassò più di 8 milioni di dollari. Viene considerato il capostipite dei lungometraggi animati e di molte tecniche di animazione, che sono state riprese dai concorrenti solo molti anni più tardi (si pensi che il Giappone, noto produttore di cartoni animati, è riuscito a introdurre il sincronismo tra dialoghi e movimento delle labbra solo negli anni '80). Da quel momento in poi la Disney ebbe una rapida ascesa. Il lungometraggio, dopo una dedica dello stesso Walt ai suoi collaboratori, si apre con la presentazione della storia tramite un libro (nella prima versione non c’era un narratore che lo leggeva), tecnica che Disney utilizzerà per altri lungometraggi , poi con una carrellata entriamo nella storia. L’azione si svolge principalmente in tre spazi: il castello, la foresta e la casa dei sette nani (c’è poi anche la miniera dove lavorano i nani, ma rimane un luogo marginale). I luoghi risentono molto del personaggio e dei suoi stati d’animo per cui la tonalità di colore e lo stile cambia spesso. Prendiamo come esempio il castello: soleggiato quando in scena c’è Biancaneve, tetro e oscuro con la presenza della regina; oppure la foresta, quando la protagonista ha paura si nota una tonalità cromatica tendente al nero, blu e viola con alberi spaventosi e lugubri, mentre quando si rende che non c’è niente di spaventoso intorno a lei tutto cambia. Il tempo della storia si presenta lineare e semplice, con la presenza di un prologo che introduce la storia, il tutto per aiutare i bambini a seguire meglio l’intreccio. Lo stile di ripresa e lo studio sui personaggi, con stilemmi da cinema dal vero, ci fa dimenticare di essere di fronte a un lungometraggio d’animazione. I personaggi, infatti, vengono trattati alla stregua di attori, non sono più macchiette caricaturali, come nei precedenti cartoon, ma diventano vivi, ricchi di sentimenti ‘umani’ e sinceri; perciò, essi creano e vivono autentici ‘drammi’ che avvincono e commuovono. Si guardi, tra i mille esempi che potremmo fare, il volto di Biancaneve quando il cacciatore le rivela la folle perfidia della matrigna: poche attrici di carne saprebbero esprimere con tanta autenticità lo spavento e lo smarrimento. Per non parlare delle sequenze: il film non ha mai immagini statiche, ma inquadrature e virtuosismi immaginari, come la carrellata che ci guida lo sguardo da Biancaneve che si trova sul terrazzo, fino alla Regina che la spia dalla finestra. Interamente creato con mezzi artigianali (disegni a mano) e con gli sfondi realizzati con la tecnica dell'acquerello, la macchina da presa si muove, all’interno di questi quadri, come se fosse un personaggio esterno che segue la storia, la m.d.p. rappresenta un narratore invisibile, talvolta però riflette lo stato d’animo dei personaggi (come le riprese rapide nella foresta per dare suspance). I personaggi sono vivi, come dotati di una vita propria e indipendente, ci trasmettono pathos, sentimento, sono capaci di farci commuovere; tuttavia la loro caratterizzazione risulta stereotipata: Biancaneve è la classica principessa da salvare buona e altruista, schiavizzata dalla matrigna, innamorata di un principe e sempre seguita da animaletti dolci, vestita con colori sgargianti; il principe è l’eroe, ma in questo caso incarna il deus ex macchina, in quanto non ha un vero e proprio ruolo per tutto il cartone, eccetto che nel risveglio di Biancaneve. La regina è la classica matrigna che vive un conflitto di inferiorità con la figliastra, malefica pronta a tutto “per essere la più bella del reame”,ovviamente vestita di nero e seguita da corvi, topi e avvoltoi ( in questo lungometraggio si fondono la figura della strega e della matrigna); i sette nani sono dei personaggi un po’ ambigui, anche nel loro comportamento, all’inizio ostili poi altruisti, tanto da diventare i veri eroi della storia, per questo sono bruttini, ma puntano tutto sulle gag destando simpatia, ogni nano è la personificazione del proprio nome; infine lo specchio magico e il cacciatore rappresentano il moto dell’azione. Per quanto scontati i personaggi dovevano incarnare la regola del kalos kai agatos “per cui il bene è sempre preferibile al male, e quindi quest'ultimo deve essere descritto come abominevole e terribile” (Walt Disney). La musica nel lungometraggio ha sia scopo narrativo e descrittivo, accompagnando le immagini e seguendo il climax ora ascendente ora discendente della storia; che uno scopo formale, come nel musical i personaggi esprimono i loro sentimenti attraverso le canzoni (il cartone vinse l’oscar per la colonna sonora).
La storia di Biancaneve e i sette nani è un capolavoro che viene raccontata attraverso scene e sequenze fluide, che sembrano danzare lungo un ritmo sempre più coinvolgente, dall'inizio fino alla fine. Il neo che lo spettatore di oggi può individuare è il ricorso ad atmosfere cupe, atmosfere che sembrano poco adatte ai bambini. La pronta risposta si può però trovare contestualizzando la pellicola nel suo periodo storico: era il 1937 e dall'Europa cominciavano a spirare venti di guerra, magistralmente “interpretati” dalla foresta magica a inizio del film, e ancora vi erano gli strascichi della crisi economica del 1929 . Con il crollo di Wall Street, infatti, inizia per l’America il periodo della grande depressione, le persone perdono fiducia nel sistema americano e nelle sue ideologie sentendo il bisogno di credere in qualcosa, ma anche di divertirsi e svagarsi. Il cinema, come spettacolo, riesce a colmare questi bisogni producendo sia film di puro spettacolo, sia film in grado di dare una spinta alla nazione; fanno successo film di puro divertimento come il musical o la commedia, ma anche film che incarnano la depressione come i noir, o come i western che cercano di dare nuovi ideali. Anche l’animazione, e soprattutto Walt Disney, si fa carico di quei bisogni, cercando di dare svago con i suoi cartoon, ma anche cercando di infondere ideali e valori ai bambini, che incarnano la nuova generazione. Tutto il lungometraggio è pieno di messaggi nascosti, di valori e principi americani che Walt suggerisce ai bambini in questo periodo di cambiamento drastico della nazione. Abbiamo un happy end dovuto alla collaborazione dei nani, degli animali e del principe, segno che l’amicizia è una grande forza; inoltre si vuol dare speranza, perché sì, possono succedere molte cose brutte, ma con l’impegno possono essere superate. C’è il valore del matrimonio, dell’amicizia e della cooperazione, ma anche un ammonimento: il classico “non fidarsi mai degli estranei che offrono i dolci”, in questo caso la mela. Non è presente, stranamente, nel film d’animazione un vero e proprio percorso iniziatico, tipico dei successivi cartoon Disney, infatti, Biancaneve non supera delle vere e proprie prove, ma viene costantemente salvata dal cacciatore, dai nani e dal principe.


Bibliografia: Biancaneve e i sette nani, di Helga Corpino; Il primo bacio d'amore non si scorda più, di Glauco Almonte; Biancaneve e i sette nani, di Matteo Masi; Biancaneve e i sette nani, di Giuliano Corà; www.wikipedia.it.

Filmografia: Biancaneve e i sette nani, USA, 1937. Produttore: Walt Disney; Regia: David Hand, Soggetto: Jacob e Wilhelm Grimm, Durata: 83 min, Distribuzione: RKO Radio Pictures.

mercoledì 19 maggio 2010

L'anti-eroe diventa eroe-protagonista: Lupin III

Il 24 ottobre 1971 sul palinsesto televisivo nipponico fa la sua prima comparsa un'anime destinato a divenire un cult dell'animazione : Lupin III. Prima di iniziare ad analizzare questa serie animata, vorrei chiarire le definizioni di antagonista/protagonista e di eroe/anti-eroe.
Nel pensiero comune, infatti, si è instaurata la falsa convenzione che il binomio eroe/protagonista e anti-eroe/antagonista combacino perfettamente in ogni opera letteraria, cinematografica o televisiva. Ma questo non è sempre vero. L'antagonista, in una storia, può essere diegetico, extradiegetico o entrambi, non solo, può coincidere talvolta con l'eroe oppure con l 'anti-eroe. Per farvi capire meglio vi farò qualche esempio di antagonista nel film Batman e Batman- il ritorno di Tim Burton. Nel film Batman del 1989 il nemico dell’uomo pipistrello è Joker. In questo caso possiamo parlare di antagonista anti-eroe (in quanto Joker va effettivamente contro Batman) e antagonista diegetico (in quanto Joker è all’interno della scena ed è palpabile e reale). Nel film Batman- il ritorno del 1992, l’antagonista non è così semplice da individuare come nel primo caso. A prima vista potremmo dire che questo ruolo sia rappresentato da Pinguino. Ma è davvero cosi? Pinguino non è pazzo e cattivo per natura come lo era Joker, lo è diventato a causa del rifiuto, dell’odio e dell’emarginazione della società nei suoi confronti. In questo secondo caso il vero antagonista è la società di Gotham che non fa altro che produrre criminali, ed è quindi extra diegetico ovvero non percepibile dai 5 sensi. Il povero Pinguino non è che il risultato dell’odio, divenendo così solo anti-eroe e non l’antagonista di Batman. Ma torniamo a Lupin III. Nell’anime il senso comune viene completamente rovesciato e Lupin l’anti-eroe diviene il protagonista, mentre il povero ispettore Zenigata diviene l’antagonista-eroe. Un gran paradosso! Ma non è ancora finita, in Lupin, infatti, c’è una seconda analisi da affrontare. L’immagine del ladro gentiluomo non nasce con l’anime, ma si sviluppa in corso d’opera.
La prima serie, riconoscibile dalla giacca verde di Lupin, può essere divisa in due parti: la prima comprende le prime 6 puntate, la seconda le restanti 16. Non a caso il cambiamento coincide con l’abbandono del regista Masaaki Osumi e con l’assunzione di Hayao Miyazaki e Isao Takahata. Le prime sei puntate riprendevano molto il manga di Monkey Punch ( dal quale è tratto l’anime), ed erano quindi molti violente, cariche di allusioni sessuali e incentrate non tanto sull’ umorismo quanto su storie complesse. Il moderno Lupin riusciva, grazie alla sua astuzia e al suo talento nei travestimenti, a portare a termine i colpi più sensazionali e se qualcosa andava storto non esitava ad uccidere. Grande attenzione è stata data ai dettagli delle automobili, alle armi e agli oggetti di valore. Lupin era sì il protagonista, ma rappresentava decisamente l’antieroe dell’anime. Osumi e i suoi sceneggiatori avevano impostato la serie fino al 12° episodio, e alcuni episodi erano già entrati in fase di disegno. Quando Miyazaki e Takahata vengono chiamati per cambiare la serie, si trovano costretti a eliminare completamente circa 5 episodi, provocando una diaspora tra gli sceneggiatori. I due risistemano gli story-board a partire dal 6° episodio, intervenendo più sugli oggetti che sulla storia e i personaggi. Da simpatizzante marxista, Miyazaki non riesce a vedere Lupin alla guida della Mercedes Benz SSK del ’28 (posseduta anche da Hitler) così sostituisce l’auto con un’utilitari: la Citroen 2CV o la Fiat 500. Inoltre, da appassionato di volo e aerei non manca di inserire nelle puntate oggetti volanti di ogni genere. Dal 14° episodio si fa sempre più visibile l’intervento di Hayao. Il regista riesce a imprimere maggior grazia e un umorismo più fine, sublimando l’erotismo e stemperando la violenza del manga originario: il suo Lupin usa maggiormente l’astuzia e sempre meno le armi. Il protagonista perde, così, il suo aspetto anti-eroe negativo, divenendo un anti-eroe da ammirare.
La seconda serie, riconoscibile dalla giacca rossa di Lupin, porta avanti la strada aperta da Miyazaki. I registi, nella seconda serie sono molti e cambiano di puntata in puntata. Le storie sono prevalentemente caratterizzate da toni di commedia, d'azione e da un ritmo vivace non mancano tuttavia parentesi drammatiche, talvolta anche molto amare. Rispetto alla prima serie , c’è uno studio più approfondito sulla psicologia dei personaggi ed i loro ruoli sono fissati in modo più stabile, scivolando però talvolta nello stereotipo: Lupin è caratterizzato come una simpatica canaglia un po' buffona, che sa tirare fuori al momento adatto risorse imprevedibili, ma viene regolarmente ingannato da una Fujiko spregiudicata e calcolatrice; Jigen, di cui viene accentuato il carattere scontroso e riservato, e Goemon, saldamente ancorato all'antica morale dei samurai; Zenigata è presentato come goffo e ingenuo, puntualmente beffato da Lupin. Vengono inoltre più volte sottolineate le capacità fuori dal comune dei personaggi (l'abilità nei travestimenti di Lupin, la mira infallibile di Jigen, la facoltà di Goemon di tagliare ogni cosa con la sua spada), che, insieme al ricorso a elaborati stratagemmi e tecniche bizzarre, rendono spesso le loro imprese poco verosimili, ma al tempo stesso molto amate. Gli episodi sono di volta in volta ambientati in diversi paesi del mondo, e abbondano caricature di personaggi famosi, parodie e riferimenti storici, mitologici, letterali, teatrali, cinematografici e così via. Lupin, nonostante la sua infallibile maestria nel rubare, diviene sempre più simile a noi e il fatto che sia un ladro passa decisamente in secondo piano; il salto da anti-eroe a eroe ormai è avvenuto.
La terza serie, riconoscibile dalla giacca rosa di Lupin, compie una svolta controcorrente. L’anime torna a riprendere spunti dal manga, senza, però, riprenderne le intere vicende. Cambia anche lo stile che diventa più caricaturale e grottesco. Il carattere dei personaggi, però, non viene modificato. Purtroppo, dopo un ottimo avvio, la serie proseguirà in modo discontinuo, registrando soprattutto nella seconda metà numerose cadute qualitative sia nelle sceneggiature che nelle animazioni. In Italia questa serie è stata colpita in maniera massiccia da una censura diretta ad eliminare anche il più piccolo riferimento sessuale (ed in generale ciò che lo spietato occhio del censore ha giudicato degno di taglio). Il risultato è stato che alcuni episodi sono divenuti semplicemente incomprensibili .
Bibliografia: A. Bencivenni, Hayao Miyazaki. Il dio dell’anime, Le mani, Genova, 2003. http://www.droni.it/enrico/lupin/. http://www.lupinencyclopedia.com/. Sara Galletti, Il ruolo dell'antagonista nel cinema di Tim Burton, Tesi di laurea arti e scienze dello spettacolo La Sapienza, Roma, 2010

Per gli appassionati dei cartoon anni '70 '80 '90

Cari nostalgici, voglio postarvi un link di una pagina che si diverte a ricordare i vecchi cartoni della nostra infanzia in un modo un pò particolare! In questa pagina, il fondatore posta una volta al giorno 2 immagini prese da lungometraggi e serie animate, che dovranno essere indovinate con titolo esatto!

http://www.facebook.com/group.php?gid=307805564098&ref=ts

Mi raccomando partecipate!!!

lunedì 17 maggio 2010

La Gabbianella e il gatto e il problema d'identità 2



Locandina del film La gabbianella e il gatto.

La Gabbianella e il gatto e il problema d'identità

Nel 1998 Enzo D'Alò realizza il suo secondo lungometraggio tratto dal romanzo Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare di Luis Sepúlveda. La storia è nota a tutti: nella città di Amburgo il gatto Zorba trova nel suo giardino una gabbiana morente, Kengah, che le fa promettere di non mangiare l'uovo che deporrà con le sue ultime forze, che lo coverà e che insegnerà a volare al cucciolo che nascerà. La scelta di un testo letterario piuttosto che creare un soggetto originale con gli stessi temi, denota l'importanza e l'esigenza di raccontare una storia che sia patrimonio culturale, ecco perchè D'Alò compie questa scelta; una decisione per niente semplicistica, se si pensa al fatto che si deve soddisfare uno spettatore che ha già letto il libro e che ha già immaginato personaggi e ambientazioni. La gabbianella e il gatto ha diverse chiavi di lettura, solitamente parlando del film si tende a riflettere sull'amore e sul rispetto per la natura (intesa e vista quasi in senso animistico), sul senso di solidarietà e sul rispeeto per l'altro. Questo film però riesce a farsi carico anche di un messaggio più complesso: la mancanza dei riti nella nostra società e la dolorosa conseguenza ovvero la scomparsa dell'identità personale.
D'Alò ha cercato di rimanere il più fedele possibile al testo letterario e le poche modifiche che possiamo trovare sono dovute alla trasposizione dal libro al film. Tra queste è importante sottolineare l'identificazione del ruolo del cattivo che nel libro era assente: il Grande Topo e la sua banda. Questo cambiamento è necessario per inserire una riflessione molto importante; attraverso la contrapposizione della banda dei topi con quella dei gatti si vuole mostrare che il "gruppo" può essere un'esperienza positiva, solo nel momento in cui ogni componente mantiene la propria identità, i propri punti di vista, i propri pensieri. Il gruppo dei gatti deve prorpio a questo la sua forza: non esiste un leader e tanti gregari, ma piuttosto tante anime che riescono a risolvere problemi e a uscire da situazioni complicate, perchè possono contare sulla forza data dalla collaborazione, ma anche perchè ciascuno di loro ha conoscenze, idee, modi di fare diversi e può perciò fornire al gruppo un proprio singolare, unico e prezioso aiuto.
Il film inizia nella classica tradizione favolistica presentantando i personaggi della storia. Dapprima incontraiamo la tribù anonima, indistinta e omologata dei topi in cui tutti sono mimeticamente uguali, successivamente ci vengono mostrati i gatti del porto. E' interessante notare la rappresentazione dei gatti, D'Alò, infatti, non ha voluto ricalcare l'antropomorfismo tipico dell'universo disneyano, i gatti non sono bipedi, non indossano abiti umani, ne scimmiottano il comportamento umano. Il regista ha preferito rappresentarli zoomorficamente, contrapponendone un'antropomorfizzazione dei sentimenti: tanto più gli animali sono diversi da noi nell'aspetto fisico, tanto più ci assomigliano nel sentire. Vissuti, emozioni e sensazioni acquistano così una valenza universale e forniscono il terreno ideale per innescare nello spettatore processi di identificazione, proiezione, immedesimazione. Aspetto molto importante considerando che il film vuole stimolare lo spettatore a riflettere sull'identità e la diversità. I gatti vengono, quindi, caratterizzati: Pallino, il gattino, incarna la curiosità, l'imprudenza e l'irriverenza tipica dei bambini; Diderot e Segretario incarnano la tipologia degli adulti più riflessivi e prudenti; Colonnello, il gatto più anziano, è il nonno saggio della situazione; infine, Zorba che dovrebbe rappresentare l'umano ideale, quello dal buon cuore, altruista e rispettoso. Con la presentazione di Kengah ci vengono fatti conoscere i riti dei gabbiani. Sappiamo, infatti, che i cuccioli di gabbiano vengono considerati adolescenti nel momento in cui lasciano per l prima volta il nido, e adulti solo dopo il primo anno di migrazione (considerato rito di passaggio). Kengah sta tornando dal suo priomo anno di migrazione è considerata un'adulta e deporrà il suo primo uovo. Purtroppo la gabbiana non riesce a completare il suo viaggio, a causa del petrolio che la sporca avvelenandola, lasciando il suo uovo al gatto Zorba. Da questo momento in poi il tema della mancanza del rito di passaggio e della crisi d'identità che ne consegue diventano fulcro del film. Fortunata, la gabbianella nata dall'uovo, non potendo crescere nella sua società arriva a perdere la propria identità culturale: crescendo con Zorba, Fifi è convinta di essere un gatto, perdendo così la sua specificità. A nulla valgono i tentativi dei gatti di far riconoscera la sua vera natura alla gabbianella, neppure il tentativo di cercare un nome da gabbiano e non da gatto. La ricerca del nome, inoltre, è molto importante in quanto permette alla gabbianella di entrare ufficialmente in una società e di essere riconosciuta non più come individuo, ma come persona. Sarà Pallino, in una scena ben risolta, a far scattare nella gabbianella il percorso di conquista della conoscenza di sè e della presa d'atto, traumatica, dolorosa, ma necessaria, della propria diversità. Fortunata, impaurita e confusa, vaga per la città cercando una risposta sulla sua identità, risposta che le darà Zorba dopo la brutta avventura con i topi: finalmente allo specchio Fifi riconosce sè stessa e la propria identità culturale. Come gli adolescenti di oggi, però, si ritrova a questo punto senza un'educazione familiare di accompagnamento nell'adolescenza, senza riti di passaggio, senza dei mentori che le insegnino la vita e che le diano un ruolo nella società, ed inizia per lei un periodo di sofferenza. Il volo acquista così un valore simbolico: una meta dolorosa da raggiungere, per dare inizio a un percorso che porterà la gabbianella a reintegrarsi nella sua vera società e a partire per il suo viaggio iniziatico, al ritorno del quale sarà considerata una gabbiana adulta. D'Alò non ci mette direttamente in scena il rito di passaggio, non ci fa vedere cosa succede in quel anno di migrazione, ma ci fa capire quanti disagi provochi la mancanza di un rito che sancisce la crescita nella nostra società. L'importanza del rito e della conquista di una propria identità viene sottolineata da una scena molto particolare, nella quale D'Alò sceglie di cambiare registro grafico. E' la scena in cui la gabbiana Kengah canta una canzone d'addio alla figlia, mostrandoci le difficoltà che la gabbianella dovrà affrontare, ovvero, la ricerca della propria identità, con le immagini che mostrano Fortunata miagolare, e la capacità di volare. E' interessante notare come la sintesi di questa sequenza venga riproposta nel momento in cui la gabbianella riesce a spiccare il volo, come espediente che vuole alludere ed evocare il difficile percorso affrontato e la conquista che porterà all'identità tanto agognata. Il film si conclude ciclicamente con un abbandono, stavolta necessario per poter crescere.

Bibliografia: Van Gennep, i riti di passaggio, Boringhieri, Torino,1981; Sabrina Perucca, il cinema d'animazione italiano oggi, Bulzoni, Roma, 2008; Luis sepulveda; storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, Ugo Guanda editore, Parma, 2002.

Filmografia: La gabbianella e il gatto Italia 1998, regia di Enzo D'Alò, sceneggiatura di Enzo D'Alò e Umberto Marino, realizzato dallo studio italiano Lanterna magica; Produzioni Cecchi Gori.

Per iniziare una breve presentazione del blog...

Il cinema d'animazione è un mondo fantastico dove ogni cosa può essere possibile... Molto spesso però, affianchiamo l'idea dei cartoni animati al mondo dei bambini, dimenticandoci che si tratta in realtà di un genere cinematografico vero e proprio rivolto a tutte le età; questo perchè, proprio per sua natura, il linguaggio dell'animazione è estremamente duttile grazie alle infinite tecniche che si possono adottare, tramutandosi in uno specchio della realtà e delle emozioni. Del resto fin dall'antichità le immagini hanno rappresentato un'espressione dei dati primari della mente, traducendo molteplici tipi di linguaggi: da quello dei sogni a quello dei miti. Allora chi se non l'animazione al giorno d'oggi può farsi carico di emozioni, miti, riti, filosofia e quant'altro?
Scrivendo la mia tesi ho dovuto, purtroppo, combattere con la mancanza di testi sull'argomento. Del resto l'animazione per senso comune è Disney o serie nipponica con robot e violenza. Niente di più sbagliato! Allora mi son detta: perchè non creare un blog dove scrivere sull'argomento? Magari posso aiutare altri studenti nella mia stessa condizione, magari intrattenere appassionati oppure trovare il modo, nel mio piccolo, di far conoscere ed amare questo genere a più persone. Nel mio blog parlerò un pò di tutto: dalle produzioni americane a quelle nipponiche, passando per quelle italiane, canadesi ed africane! Tutto questo per mostrarvi l'incanto del mondo dell'animazione!